Leishmaniosi canina: nuove raccomandazioni del Canine Leishmaniosis Working Group (CLWG, 2026)

A maggio 2026 sono state pubblicate le linee guida aggiornate per la diagnosi, il trattamento, il monitoraggio e la prevenzione della leishmaniosi canina, formulate dal Canine Leishmaniosis Working Group (CLWG, 2026).
Le linee guida forniscono raccomandazioni pratiche basate su evidenze scientifiche e sull’esperienza clinica dei membri del gruppo e sono organizzate in forma di domande e risposte.
Ve ne riportiamo un estratto con i punti più salienti.
Uno dei cardini delle linee guida è la classificazione degli stadi della leishmaniosi canina e, in particolare, l’identificazione chiara del “soggetto malato”, cioè del paziente che necessita realmente di un trattamento medico anti-Leishmania.
Questo approccio consente di evitare terapie non necessarie, riducendo il rischio di uso inappropriato dei farmaci, possibili effetti avversi, ridurre fenomeni di resistenza e, non da ultimo, i costi per il proprietario.

In questo blog ci focalizziamo sui punti principali descritti dalle raccomandazioni del CLWG e sulle differenze con le linee guida precedenti o di altri gruppi di studio relative alla leishmaniosi canina.
CLASSIFICAZIONE
I pazienti vengono classificati in:
- Stadio A - sieropositivo non infetto: cani clinicamente sani o con alterazioni cliniche e/o clinico-patologiche non associate alla leishmaniosi, che vivono o hanno vissuto per almeno una stagione di trasmissione in un'area endemica per i flebotomi.
I parassiti non sono rilevabili mediante PCR quantitativa. Tipicamente presentano una bassa quantità di anticorpi circolanti specifici per Leishmania, ma raramente anche una quantità media o elevata. Questi pazienti non necessitano trattamento medico. - Stadio B – infetto: cani clinicamente sani oppure con alterazioni cliniche e/o clinico-patologiche non associate alla leishmaniosi o a un'infezione attiva (ovvero la progressione di un paziente infetto a malato).
I parassiti possono essere rilevati mediante PCR quantitativa su campioni di midollo osseo, linfonodo, milza, cute o congiuntiva.
Tipicamente, presentano una quantità negativa o bassa di anticorpi circolanti specifici per Leishmania, e più raramente media o elevata. Questi pazienti possono essere di difficile classificazione (infetto vs malato), soprattutto soggetti che vivono in aree endemiche e in concomitanza della stagione dei vettori, oppure in pazienti con co-morbidità che mimano alcune alterazioni cliniche o clinico-patologiche della leishmaniosi.
In questa categoria, possono essere inseriti anche pazienti precedentemente in una stadio malato a seguito di trattamento medico. Può essere difficile identificare con chiarezza possibili recidive della malattia. Questi pazienti non necessitano trattamento medico. - Stadio C – malato: cani con segni clinici e/o alterazioni clinico-patologiche associate alla leishmaniosi o a un'infezione attiva.
I parassiti devono essere riscontrati mediante PCR quantitativa o identificazione diretta microscopica citologica/istologica.
Tipicamente, presentano una quantità elevata o media di anticorpi circolanti specifici per Leishmania, ma raramente possono risultare anche negativi o con titolazione anticorpale bassa.
Questi pazienti necessitano trattamento medico, e la prognosi è correlata alla gravità dei segni clinici e delle alterazioni clinico-patologiche, soprattutto quelle correlate al danno/funzionalità renale.
Eccezionalmente, pur non essendo un'opzione raccomandata dal gruppo di studio, i cani che si presentano per la prima volta con segni clinici e/o alterazioni clinico-patologiche compatibili con la leishmaniosi e con un'elevata quantità di anticorpi specifici (≥3 diluizioni IFAT o ≥3 volte il valore soglia ELISA) possono essere trattati con farmaci anti-Leishmania, anche se la presenza del parassita non è stata dimostrata con tecniche diagnostiche dirette (PCR, citologia/istologia).
- Stadio D – gravemente malato: cani malati (stadio C) con uno o più dei seguenti criteri:
- proteinuria grave (UPC > 3)
- malattia renale grave (stadio IRIS 3–4)
- grave malattia cutanea, oculare, articolare o di altri organi, tale da determinare una seria compromissione funzionale e/o richiedere terapia immunosoppressiva
DIAGNOSI
La diagnosi si basa su più elementi, ovvero sulla combinazione di dati anamnestici (es. esposizione al patogeno per stagionalità e vita in aree endemiche), alterazioni cliniche e clinico-patologiche: in particolare alterazioni dell’emocromo, pannello biochimico, elettroforesi sierica delle proteine, esame delle urine e proteinuria quantitativa (rapporto PU/CU).
Queste alterazioni possono comparire in periodi diversi, alcune precocemente e altre più tardivamente, e non sono considerate specifiche per la leishmaniosi; pertanto, è necessario confermare il sospetto mediante test specifici quali sierologia (ELISA o IFAT) e identificazione diretta del parassita mediante citologia, istologia, immunoistochimica o PCR quantitativa.
I segni clinici più comuni includono lesioni cutanee, linfoadenomegalia, lesioni oculari e malattia renale. Sono state inoltre descritte forme meno comuni con coinvolgimento gastrointestinale, cardiaco, osteoarticolare e neurologico più difficili da diagnosticare in quanto circa il 50% dei casi non presenta alterazioni clinico-patologiche tipiche della leishmaniosi.
Le alterazioni di laboratorio più comuni sono: lieve-moderata anemia normocitica normocromica non rigenerativa, trombocitopenia, iperprotidemia data da iperglobulinemia (identificata come gammopatia policlonale e aumento della classe a-2 in elettroforesi sierica delle proteine), ipoalbuminemia, aumento delle proteine di fase acuta positiva (es CRP) e negativa (es PON-1), proteinuria e azotemia.
Alcuni nuovi biomarker sono stati proposti nel monitoraggio e nella distinzione dei pazienti in stadio B e C, tra cui valutazione del rapporto CD4:CD8 e biomarkers di danno tubulare, come GGT urinaria, NGAL e elettroforesi qualitativa delle proteine urinarie mediante SDS-Age.
La citologia ha un’elevata specificità nell’indentificare amastigoti di Leishmania ed è fondamentale per la classificazione clinica del paziente con leishmaniosi e per il suo monitoraggio: una citologia positiva identifica un’infezione attiva e lo stadio malato del paziente con elevata probabilità. Purtroppo, come contro, un esame citologico negativo non esclude la malattia (bassa sensibilità).
Anche se i segni clinici e le alterazioni clinico-patologiche suggeriscono un quadro di leishmaniosi, è consigliata una conferma diretta del patogeno (in caso di mancata identificazione con esame citologico/istologico di amastigoti), mediante PCR quantitativa prima di iniziare un trattamento farmacologico.
I metodi di quantificazione non sono standardizzati tra i laboratori e non ci sono informazioni precise sulle differenti matrici utilizzate, per cui questo test può avere un ruolo limitato nel monitoraggio in corso di terapia. Inoltre, è importante sottolineare che l’interpretazione di una PCR positiva può variare a seconda del tessuto in esame: un risultato positivo indica molto probabilmente un’infezione, fatta eccezione se la positività viene riscontrata a livello cutaneo, in quanto possibile sito di inoculo del patogeno e non reale segno di infezione.
Le matrici migliori per confermare un’infezione sono il midollo osseo e i linfonodi. Si ricorda che invece, la ricerca su sangue periferico o su lesioni ulcerative, ha una bassa sensibilità, ovvero un numero elevato di falsi negativi, per parassitemie transitorie e contestuali stati infiammatori che possano essere deleteri per il parassita stesso, degradandolo.
I test sierologici disponibili sono l’immunofluorescenza indiretta (IFAT), ELISA o test immunocromatografici (ICT) rapidi ambulatoriali.
Gli ICT dovrebbero essere utilizzati in soggetti con elevata probabilità di malattia (in base ad esempio a dati anamnestici, segni clinici, alterazioni di laboratorio) ed è sconsigliato il loro utilizzo come test di screening in soggetti clinicamente sani. Altro limite importante è che non forniscono un valore quantitativo da monitorare nel tempo.
Sono quindi preferibili test IFAT o ELISA, che attualmente presentano valori di sensibilità sovrapponibili; in caso di esito negativo al test ELISA in soggetti con elevata probabilità di malattia, è consigliato ripetere il test con una differente metodica ELISA o mediante IFAT.
Raramente, possono essere osservati risultati contrastanti ai testi sierologici (ELISA negativo e IFAT positivo): potrebbero essere correlati a cross-reazioni con altri patogeni e possibili falsi positivi dati dalla lettura dell’IFAT dell’operatore (più soggettiva rispetto a un lettore automatizzato ELISA).
Il risultato del test sierologico deve essere interpretato alla luce della stagione e della regione in cui vive il paziente.
Ad esempio, nelle aree endemiche durante la stagione di trasmissione dei flebotomi, i titoli anticorpali potrebbero risultare elevati in soggetti ripetutamente esposti, per poi decrescere nella stagione di non-trasmissione.
Per cui, è fondamentale prestare attenzione all’interpretazione di questi dati in soggetti che vivono in aree endemiche perché potrebbero rappresentare le normali fluttuazioni stagionali e non essere indice di infezione/malattia. Viceversa, un test positivo in area non endemica o in stagione a basso rischio è da considerarsi sospetto per un’infezione attiva.
Il test sierologico in soggetti potenzialmente esposti al patogeno deve essere eseguito 2-5 mesi dopo il potenziale contagio.
Infine, si ricorda che i vaccini attualmente disponibili sul mercato non interferiscono con i test sierologici e pertanto non inficiano la diagnosi.
TRATTAMENTO
Uno dei principali obiettivi del gruppo di studio è quello di ridurre l’abuso di trattamenti farmacologi, sia per una crescente resistenza del patogeno ai farmaci che per eventuali problematiche correlate ad effetti collaterali e compliance del proprietario a somministrarli.
Si ricorda che viene raccomandato il trattamento solo per pazienti in stadio C e D (animali malati). In linea generale, è sconsigliato il trattamento solo sulla base di un test sierologico positivo e quindi in assenza di alterazioni clinico-patologiche ed evidenziazione diretta del patogeno.
Il trattamento di prima scelta è:
- Antimoniato meglumine 100 mg/kg per via sottocutanea, una volta al giorno (si può dividere il dosaggio in 50 mg/kg ogni 12 ore) per 4 settimane;
- Allopurinolo 10 mg/kg per via orale, ogni 12 ore per 12 mesi
Con questo protocollo, si è evidenziata una remissione clinica e clinico-patologico completa (o un miglioramento clinico per i pazienti con forme severe) per oltre 1 anno nella maggior parte dei soggetti trattati.
In alternativa all’antimoniato meglumine, si può somministrare miltefosina a 2 mg/kg per via orale ogni 24 ore, per 28 giorni. Si sconsiglia questo trattamento come prima scelta, sia per l’aumentato rischio di recidiva che per il fatto che questo protocollo possa essere conservato come trattamento di seconda linea nei soggetti che evidenziano resistenza al trattamento di prima scelta con antimoniato meglumine.
Anche se tradizionalmente si pensa che l’antimoniato meglumine possa peggiorare la condizione renale dei pazienti con compromessa funzionalità e danno renale, non vi sono chiare evidenze che questo trattamento peggiori la condizione clinica pertanto viene generalmente considerato sicuro anche in questi pazienti: ridurre il dosaggio non è considerata un’opzione terapeutica valida.
Terapie a base di domperidone e nucleotidi dietetici con AHCC (Active Hexose Correlated Compound) possono essere considerate di supporto: oltre ad avere un effetto immunomodulatore, possono avere un’azione protettiva nei confronti del rene.
L’uso di glucocorticoidi è ancora dibattuto: in base all’opinione degli esperti, l’utilizzo di prednisone e prednisolone a dosaggio antinfiammatorio potrebbe essere di aiuto nel ridurre lo stato flogistico, non tanto ad inibire la formazione e la circolazione di immunocomplessi. E' importante informare il proprietario sugli eventuali effetti collaterali di questa tipologia di trattamento.
FOLLOW-UP E PREVENZIONE
La valutazione seriale del titolo anticorpale è un argomento dibattuto: è ragionevole ripetere la sierologia dopo 3-4 mesi dall’inizio del trattamento per valutare l’andamento, anche se una mancata riduzione del titolo può non voler dire una mancata risposta alla terapia. Successivamente, si suggerisce monitoraggio dopo 6-12 mesi dalla diagnosi.
Se il titolo anticorpale rimane elevato, tenendo conto della stagione e dell’area geografica, come sopra riportato, il controllo sierologico dovrebbe essere valutato in tempi più ristretti ovvero ad un intervallo di 2-4 mesi, ed in seguito, a seconda dell’andamento, se persistentemente alto, continuare monitoraggio ogni 4-6 mesi, o se dovesse abbassarsi/azzerarsi ogni 6-12 mesi.
I pazienti considerati “non-responding” sono pazienti con alterazioni cliniche e clinico-patologiche persistenti in seguito a trattamento raccomandato anti-Leishmania. Mentre, gli “early relapsing” sono soggetti che presentano recidiva entro l’anno dalla fine del trattamento.
In questi casi, le cause sottostanti possono essere: comorbidità (es. concomitanti malattie infettive), inadeguata risposta immunitaria individuale, mancata risposta al trattamento anti-Leishmania come conseguenza della resistenza del patogeno, la quale può essere identificabile mediante test genetici.
Per la prima volta le linee guida riportano l’utilizzo dei test per identificare i fattori genetici di resistenza nei protozoi dei pazienti in queste due categorie.
La valutazione di questi soggetti deve essere eseguita con rivalutazioni cliniche e clinico-patologiche, controlli di eventuali comorbidità (es. infezione da Ehrlichia spp.).
Nei cani “non-responding” è importante valutare che il protocollo terapeutico stabilito sia corretto e correttamente somministrato. Se confermato, può essere considerato un differente protocollo terapeutico e/o l’associazione all’immunoterapia.
In caso di “late relapse” ovvero di recidiva “tardiva”, può essere riproposto il primo protocollo farmacologico utilizzato.
In base allo stadio della malattia, il monitoraggio proposto è:
- Stadio A: visita clinica a scadenza annuale unitamente ad emocromo, pannello biochimico comprensivo di elettroforesi sierica e biomarker infiammatori, esame delle urine e sierologia (meglio se all’inizio della stagione di trasmissione);
- Stadio B: visita clinica ed emocromo, pannello biochimico comprensivo di elettroforesi sierica e biomarker infiammatori, esame delle urine e sierologia; controlli più ravvicinati sono indicati in caso di titoli anticorpali più alti.
- Stadio C e D: visita clinica ed emocromo, pannello biochimico comprensivo di elettroforesi sierica e marker infiammatori, esame delle urine al termine della terapia con antimoniato meglumine oppure dopo 3-4 settimane dal termine della terapia con miltefosina.
Questo monitoraggio clinico e clinico-patologico può essere ripetuto ogni 3-4 mesi insieme al titolo anticorpale nel primo anno.
Per la prevenzione, oltre alla profilassi ambientale e visto il tema di riscaldamento climatico, sarebbe preferibile l’utilizzo di repellenti topici (es. piretroidi) tutto l’anno e non solamente nella stagione calda.
L’immunoterapia è uno strumento di supporto alla terapia che mira a potenziare le difese immunitarie dell’organismo. La letteratura e i protocolli immunoterapici (i più comuni domperidone e nucleotidi dietetici con AHCC) sono ancora poco standardizzati e attualmente vengono affiancati alla terapia convenzionale nel controllo della malattia.
L’utilizzo della vaccinazione in soggetti infetti o malati è ancora dibattuto: si ricorda che i vaccini disponibili sono attualmente registrati solamente per soggetti sani e siero-negativi, ed è considerato “off-label” utilizzarlo in altre condizioni.
Nessuna delle vaccinazioni in commercio è totalmente protettiva in quanto riduce il rischio di sviluppare malattia e non previene l’infezione.
Bibliografia:
-
Roura X., Paltrinieri S., Cortadellas O. et al. Updated Canine Leishmaniosis Working Group recommendations for leishmaniosis in dogs: Q&A on clinical management. Parasites Vectors (2026). https://doi.org/10.1186/s13071-026-07446-6
Giulia Mangiagalli, DVM EBVS® European Specialist in Veterinary Clinical Pathology (dipl. ECVCP), Esperto MYLAV in Patologica Clinica
Silvia Lucia Benali, DVM PhD EBVS® European Specialist in Veterinary Pathology (dipl. ECVP), Esperto MYLAV in Istopatologia
Walter Bertazzolo, Med. Vet. EBVS European Specialist in Veterinary Clinical Pathology (Dipl. ECVCP); Direttore Scientifico di MYLAV
Commenti
- Nessun commento trovato








Lascia i tuoi commenti
Login per inviare un commento
Posta commento come visitatore