Variabili cliniche, clinico-patologiche e ultrasonografiche associate a una scarsa risposta al trilostano in cani con ipercortisolismo ipofisario
Il trilostano rappresenta oggi una delle terapie mediche più utilizzate ed efficaci per il trattamento dell’ipercortisolismo ipofisario nel cane e, nella maggior parte dei casi, consente di ottenere un progressivo miglioramento dei segni clinici associati all’eccesso cronico di cortisolo.
Nella pratica clinica, tuttavia, non tutti i pazienti rispondono allo stesso modo: alcuni cani migliorano rapidamente, mentre altri richiedono controlli ripetuti, aumenti progressivi della dose e, nonostante ciò, continuano a mostrare un controllo clinico non soddisfacente.
Da questa osservazione nasce uno studio recentemente pubblicato sul Journal of Veterinary Internal Medicine da un gruppo di lavoro dell’Università di Bologna, con l’obiettivo di valutare se alcune caratteristiche cliniche, ultrasonografiche e clinicopatologiche presenti al momento della diagnosi possano essere associate a una successiva risposta meno favorevole al trilostano.
Lo studio ha incluso retrospettivamente 23 cani con ipercortisolismo ipofisario, trattati con trilostano per un periodo compreso tra 4 e 8 mesi.
I pazienti sono stati classificati come responsivi quando i segni clinici associati all’ipercortisolismo si erano completamente risolti entro il momento della rivalutazione, e come non responsivi quando persistevano segni clinicamente rilevanti nonostante rivalutazioni seriali e incrementi della dose di trilostano.
Complessivamente, 15 cani sono risultati responsivi e 8 non responsivi.
Un primo aspetto interessante riguarda la tempistica della risposta. Tutti i cani responsivi avevano mostrato almeno un miglioramento parziale entro il primo mese di terapia, e la risoluzione completa dei segni clinici si era verificata entro un mese nella maggior parte di essi. Questo è un dato clinicamente molto utile, perché suggerisce che, quando il trilostano funziona bene, il miglioramento tende a diventare evidente piuttosto precocemente.
Un secondo aspetto riguarda i dati raccolti alla diagnosi.
Dopo correzione per confronti multipli, quattro variabili sono rimaste significativamente associate a una successiva risposta meno favorevole al trilostano: ALT più elevata, ACTH endogeno più elevato, alopecia e adrenomegalia bilaterale.
Figura 1. Reperti presenti alla diagnosi associati a una risposta meno favorevole al trilostano: ALT e ACTH endogeno più elevati, alopecia e adrenomegalia bilaterale.

L’ALT, enzima comunemente aumentato nei cani con ipercortisolismo, è risultato significativamente più elevato alla diagnosi nei cani con una risposta meno soddisfacente al trilostano. Allo stesso modo, concentrazioni più alte di ACTH endogeno erano associate al gruppo dei non responsivi.
Nel loro insieme, questi dati suggeriscono che alcuni cani possano presentare fin dall’inizio un quadro di malattia più marcato, sia dal punto di vista endocrino che dal punto di vista delle alterazioni secondarie sistemiche.
È però importante interpretare questi risultati con cautela. Gli autori sottolineano infatti che, nonostante l’associazione statisticamente significativa, esisteva una sovrapposizione importante dei valori tra i gruppi e che nessuna di queste variabili può essere utilizzata singolarmente come predittore individuale della risposta terapeutica.
In altre parole, un cane con ALT elevata o ACTH endogeno elevato non è “destinato” a rispondere male al trilostano; più correttamente, questi reperti possono essere considerati indicatori di gruppo, utili a riconoscere pazienti potenzialmente più complessi da gestire.
Anche durante il follow-up sono emerse differenze rilevanti tra i due gruppi.
Al momento della rivalutazione, i cani non responsivi richiedevano una dose mediana di trilostano nettamente più elevata rispetto ai cani responsivi (3.25 mg/kg q12h VS 1.22 mg/kg q12h), oltre a un numero significativamente maggiore di controlli clinici (7 vs 3).
Questo dato è molto concreto nella pratica quotidiana, perché significa che una risposta meno favorevole non si traduce soltanto nella persistenza dei segni clinici ma anche in monitoraggio più intenso, costi più elevati e maggiore complessità gestionale per il clinico e per il proprietario.
Gli autori evidenziano anche come, quando un cane continua a mostrare segni clinici compatibili con ipercortisolismo nonostante dosi crescenti di trilostano, non si debba concludere troppo rapidamente che il paziente sia semplicemente “resistente” al farmaco.
Al contrario, è fondamentale avviare una rivalutazione sistematica del caso: confermare la correttezza della diagnosi iniziale, ricercare eventuali patologie concomitanti, verificare la corretta somministrazione del farmaco e l’aderenza alla terapia, considerare possibili problemi di assorbimento e riesaminare il protocollo di monitoraggio utilizzato (Figura 2).

Questo messaggio è particolarmente rilevante perché, nello studio, i cani classificati come non responsivi continuavano a mostrare segni clinicamente rilevanti tra 4 e 8 mesi dall’inizio del trattamento, nonostante dosi elevate e controlli ripetuti.
Di conseguenza, la mancata comparsa di un miglioramento clinicamente significativo entro questo intervallo temporale dovrebbe spingere non tanto ad aumentare automaticamente ancora la dose, quanto piuttosto a fermarsi e riconsiderare l’intero caso clinico.
Nel complesso, questo studio non identifica un singolo marker capace di prevedere con certezza la risposta al trilostano nel singolo paziente, ma suggerisce che alcuni reperti presenti già alla diagnosi, in particolare ALT elevata, ACTH endogeno elevato, alopecia e adrenomegalia bilaterale, possano essere associati a un percorso terapeutico più complesso.
In quest’ottica, il valore dello studio è soprattutto pratico: aiuta a riconoscere precocemente quei pazienti che potrebbero richiedere un monitoraggio più attento e prolungato, e una discussione anticipata con il proprietario sulle possibili alternative terapeutiche.
Bibliografia
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Golinelli S, Fracassi F, Del Baldo F, Olivera Lea R, Pey P, Feldman EC. Evaluation of clinical, ultrasonographic, and clinicopathological findings in dogs with pituitary-dependent hypercortisolism and poor trilostane response. J Vet Intern Med. 2026;40(3):aalag096.
Dr.ssa Stefania Golinelli, Med. Vet., Esperto in Medicina Interna di MyLav
Walter Bertazzolo, Med. Vet. EBVS European Specialist in Veterinary Clinical Pathology (Dipl. ECVCP); Direttore Scientifico di MYLAV
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