Il consensus ACVIM per la diagnosi ed il trattamento delle enteropatie infiammatorie croniche del cane
Con il termine “enteropatia cronica” si intende un gruppo di patologie a localizzazione gastroenterica, caratterizzate da segni clinici gastrointestinali ricorrenti/persistenti e da flogosi della mucosa intestinale di grado variabile.
Si tratta di patologie multifattoriali, in cui i fattori concorrenti sono genetici, immunologici, ambientali (come, ad esempio, la dieta e il microbiota).
Recentemente è stato pubblicato sul Journal of Veterinary Internal Medicine il Consensus dell'ACVIM per la diagnosi e la gestione di tali patologie (Heilmann et al, 2026). Ne riassumiamo i contenuti in questo blog.
Il paziente interessato è in genere un cane adulto ed esistono alcune razze con incidenza maggiore (es: Pastore Tedesco, Soft Coated Weathen Terrier, Sharpei).
I segni clinici variano in funzione del segmento intestinale coinvolto e dell’estensione del processo infiammatorio: si possono osservare vomito, diarrea, alterazioni dell’appetito, perdita di peso. Spesso si associa disbiosi con diminuzione della variabilità delle specie batteriche e aumento delle enterobatteriacee.
Clinicamente è importante valutare elementi dell’esame fisico come Body Condition Score e condizione muscolare, e definire la gravità clinica della patologia.
A questo scopo è raccomandato applicare sistemi di scoring, come il canine inflammatory bowel disease index (CIBDAI) ed il canine chronic enteropathy clinical activity index (CCECAI).
Entrambi i sistemi includono come indicatori attività, appetito, vomito, consistenza delle feci, frequenza delle feci e perdita di peso.
Nel sistema CCECAI si aggiungono concentrazione dell’albumina sierica, presenza/assenza di edemi periferici, ascite e prurito.
Generalmente, ottenendo un punteggio molto alto con entrambi gli indici, la diagnosi più probabile è di una enteropatia cronica responsiva alla terapia immunomodulatoria, mentre punteggi più bassi sono maggiormente indicativi di enteropatia cronica dieta responsiva.
I pazienti con enteropatia proteino-disperdente (PLE) mostrano solitamente punteggi CCECAI molto alti, specialmente in presenza di ipoalbuminemia, ascite o edemi.
I punteggi clinici non forniscono informazioni utili alla differenziazione tra forme infiammatorie e linfoma di basso grado.

Tratto da Heilann et al. ACVIM–endorsed statement: consensus statement and systematic review on guidelines for the diagnosis and treatment of chronic inflammatory enteropathy in dogs. J Vet Inter Med 2026.
Da un punto di vista clinicopatologico è fondamentale un minimum database comprensivo di emogramma, biochimico completo con elettroliti (anche magnesio), esame urine con valutazione quantitativa della proteinuria ed esame coprologico.
L’ematologia può rivelare anemia normocitica normocromica non rigenerativa, neutrofilia e trombocitosi, mentre la biochimica può evidenziare ipoalbuminemia e/o panipoprotidemia, ipocalcemia ed ipomagnesemia, ipocolesterolemia e aumento dell’urea.
Tutte le alterazioni sopraindicate sono aspecifiche e non sempre presenti.
Nei cani con presentazione clinica più grave (es: punteggio CCECAI superiore o eguale a 6, perdita di peso >5%, appetito scarso) è fortemente raccomandato ampliare gli esami diagnostici con dosaggio di vitamina B12 e lipasi DDGR/pancreolipasi specifica (fattori prognostici negativi se diminuita e aumentata rispettivamente), TLI e test di screening per ipoadrenocorticismo (es: cortisolo basale).
Ci sono invece altri test o esami che vanno valutati sulla base del sospetto clinico: test di stimolazione con ACTH, acidi biliari, determinazione dei folati e della vitamina D, profilo coagulativo.
Altri test hanno utilità prognostica e di monitoraggio, come la proteina C reattiva (valutata come variazione utile se di almeno 2,7 volte il valore di partenza) e calprotectina fecale.
Per quanto riguarda le malattie infettive, non sono evidenti grandi correlazioni con le enteropatie croniche e vengono valutate in funzione dell’area di residenza e di eventuali viaggi del paziente. In Italia è raccomandato testare per Leishmania infantum. L’importanza di testare deriva primariamente dall’eventuale necessità terapeutica di trattare il paziente con terapia immunosoppressiva.
Per le malattie batteriche invece, l’isolamentro tramite coltura della mucosa o, meno comunemente, delle feci si valuta solo in specifici casi di rischio, come per esempio in pazienti che assumono una dieta “raw meat” (es: ricerca di Campylobacter spp) oppure nel sospetto di una colite granulomatosa associata a E.coli enteroinvasivo (AIEC); in questo secondo caso per la diagnosi è però richiesta anche la dimostrazione del patogeno nel tessuto del colon.
La valutazione del microbiota intestinale evidenzia spesso alterazioni nella composizione (disbiosi).
Accanto alla diagnostica di laboratorio, è fondamentale la diagnostica per immagini, sia per valutare la possibile presenza di patologie endocrine, neoplastiche o metaboliche come possibile causa dei sintomi osservati, sia per valutare primariamente il tratto gastroenterico (ecografia addominale) e le sue caratteristiche: l’ispessimento della parete intestinale è molto comune.
Altre alterazioni osservabili, più specifiche, possono essere: versamento addominale, strie mucosali, dismotilità e distensione del piccolo intestino, più o meno frequentemente osservabili in corso di PLE. Anche la linfoadenopatia è un reperto possibile in corso di enteropatia cronica.
Nel percorso diagnostico delle enteropatie croniche, è di fondamentale importanza il trial dietetico, che è anche sempre il primo passo terapeutico. La risposta al cambio dieta è infatti determinante nell’identificazione del sottotipo di enteropatia. Il trial dietetico prevede un piano alimentare esclusivo per almeno due settimane, con monitoraggio settimanale dei due indici.
Le diete possono avere diversi fattori che condizionano la risposta: la quantità dei vari macronutrienti nonché il tipo, la restrizione antigenica, la digeribilità dell’alimento e anche come viene somministrato (es. la frequenza dei pasti).
Questo fa sì che ci siano diverse opzioni dietetiche da prendere in considerazione: diete monoproteiche, diete a base di proteine idrolizzate, diete low fat (indicate per la PLE), diete altamente digeribili ricche in fibre (+2 cucchiai/die di psyllium, indicate per enteriti del grosso intestino) e diete casalinghe bilanciate.
Alcuni pazienti necessitano di un tempo >2 settimane per osservare un miglioramento, specialmente se presentano segni clinici intermittenti o segni dermatologici associati. Si consiglia di provare almeno 3 diversi trial dietetici con alimenti di tipologia differente (es: monoproteico, proteine idrolisate, dieta casalinga), prima di considerare un paziente come non responsivo alla dieta.
In caso di risposta parziale o di mancata risposta, si associano solitamente terapie per la modulazione del microbiota (es: prebiotici, probiotici multiceppo, simbiotici, trapianto di microbiota fecale); nonostante le evidenze scientifiche a supporto del beneficio siano limitate, si tratta di terapie ben tollerate. La durata per cui andrà mantenuta la dieta è soggettiva ed è sicuramente più prolungata in pazienti con PLE.
L’endoscopia con biopsie è consigliata solo nei pazienti in cui siano state escluse con certezza altre diagnosi differenziali e non ci sia stata risposta all’approccio terapeutico precedentemente descritto.
La scelta di procedere con l’endoscopia va comunque valutata caso per caso, e ci sono situazioni in cui può essere indicato procedere più rapidamente (es: pazienti con gravi alterazioni cliniche, disoressia/anoressia che impedisce la corretta esecuzione di trial dietetici, pazienti con PLE).
Le linee guida prevedono numerosi campionamenti per ogni sito (stomaco 6, duodeno 10-15, ileo 3-5, colon 10-12) e valutazione degli indici per ogni lesione osservata, secondo le linee guida WSAVA.
Istologicamente vengono valutate diverse caratteristiche a seconda della sede:
- Stomaco: fibrosi (0-3), presenza di linfociti intraepiteliali.
- Duodeno e ileo: atrofia dei villi, dilatazione delle cripte e dei dotti linfatici, danno dell’epitelio superficiale.
- Colon: danno dell’epitelio superficiale, dilatazione e distensione delle cripte, fibrosi e numero di goblet cells.
Per tutte le sedi: infiltrato infiammatorio della lamina propria (0-3).
Colorazioni speciali e tecniche molecolari sono eventualmente indicate dal patologo nel sospetto di alcune patologie infettive o neoplastiche.
Dal punto di vista terapeutico, se il paziente non ha risposto in modo adeguato al trial dietetico e alla modulazione del microbiota, la terapia immunomodulatoria è lo step successivo.
Ci sono diversi protocolli descritti in letteratura, che prevedono utilizzo di prednisone/prednisolone a dose anti-infiammatoria per 2-3 settimane e successivamente a scalare, budesonide (dosaggi variabili) per 3-4 settimane a scalare e associazione tra corticosteroidi e ciclosporina per 6 settimane, iniziando a scalare per primo l’antinfiammatorio steroideo.
Nelle forme di PLE che non rispondono al solo trattamento con steroidi, si può associare la ciclosporina al suo dosaggio massimo per periodi anche di 10 settimane oppure il clorambucile. Durante tutta la terapia farmacologica e dopo, si mantiene l’alimento che nei trial dietetici ha dato una risposta migliore, seppur non una remissione.
La terapia antibiotica invece è da prendere in considerazione solo in un caso specifico, che è la colite granulomatosa associata ad AIEC. In questo caso tradizionalmente indicato come prima scelta è l’enrofloxacina (almeno 4 settimane di terapia) ma è fortemente raccomandato esame colturale della biopsia intestinale per evidenziare eventuali resistenze antibiotiche.
In tutti gli altri casi, la somministrazione di antibiotici crea una remissione temporanea, spesso associata a recidiva post sospensione e disbiosi protratte per lunghi periodi.
Altre terapie di supporto che possono essere prese in considerazione a seconda del caso e dei sintomi, sono l’integrazione di vitamina B12 o la terapia anticoagulante, fortemente raccomandata nei casi di PLE.
Si ricorda che come tutti i Consensus, trattandosi di una revisione sistematica della letteratura, possono non includere le pubblicazioni più recenti sull'argomento perché non ancora pubblicate al momento della revisione da parte del panel di esperti.
Andrea Corsini, Med. Vet. EBVS European Specialist in Veterinary Internal Medicine (Dipl. ECVIM-CA); Esperto MYLAV in Medicina Interna
Walter Bertazzolo, Med. Vet. EBVS European Specialist in Veterinary Clinical Pathology (Dipl. ECVCP); Direttore Scientifico di MYLAV
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